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Biofeedback e psicoterapia

edoardociofi
54 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min
biofeedback e psicoterapia

Quando pensiamo alla psicoterapia, pensiamo soprattutto al parlare.

Raccontare quello che stiamo vivendo, mettere ordine nei pensieri, comprendere le emozioni e osservare i comportamenti.

Ma nella nostra esperienza psicologica c'è anche il corpo.

Quando siamo sotto pressione possiamo accorgerci di avere il cuore che accelera, i muscoli più tesi, una respirazione diversa dal solito o una sensazione generale di agitazione.

Il biofeedback nasce proprio dall'idea di poter osservare alcune di queste risposte fisiologiche.

Che cos'è il biofeedback?

Il biofeedback è una tecnica che permette di rilevare alcune funzioni fisiologiche e di restituirne informazioni alla persona in tempo reale.

Attraverso specifici sensori è possibile, a seconda dello strumento utilizzato, osservare parametri come la respirazione, la frequenza cardiaca, la tensione muscolare o altri segnali fisiologici.

Quello che normalmente percepiamo soltanto come:

“Sono molto agitato”

può così diventare qualcosa che possiamo osservare, comprendere e sperimentare.

Il biofeedback non serve semplicemente a “misurare lo stress”.

L'obiettivo è utilizzare queste informazioni per sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie risposte e, attraverso l'esercizio, imparare a regolarle.

Cosa c'entra con la psicoterapia?

Il biofeedback può essere integrato all'interno di un percorso psicoterapeutico quando è coerente con le esigenze della persona e con gli obiettivi del lavoro.

Non sostituisce la relazione terapeutica e non è una terapia “a parte”.

È uno strumento.

Può, per esempio, aiutare a rendere più evidente il rapporto tra quello che accade in una situazione, i pensieri che compaiono, le emozioni e le reazioni del corpo.

In questo senso può diventare un modo concreto per sperimentare ciò che stiamo affrontando durante il percorso.

Dalla consapevolezza all'autoregolazione

Uno degli aspetti più interessanti del biofeedback è proprio questo passaggio.

Prima impariamo a riconoscere ciò che accade.

Poi possiamo iniziare a sperimentare come alcune modificazioni del nostro comportamento — per esempio della respirazione o del livello di tensione — possono influenzare la risposta fisiologica.

L'obiettivo non è avere un controllo perfetto del corpo.

È sviluppare una maggiore capacità di riconoscere ciò che ci sta succedendo e di trovare modalità più efficaci per gestirlo.

Non è la tecnologia a fare la terapia

Questo per me è un punto importante.

La presenza di uno strumento tecnologico non rende automaticamente un percorso più efficace.

Il biofeedback ha senso quando aggiunge qualcosa al lavoro terapeutico.

Per questo può essere utilizzato insieme agli altri strumenti della psicoterapia cognitivo-comportamentale, alle tecniche di respirazione e rilassamento e, quando indicato, ad altre modalità di intervento.

La tecnologia rimane uno strumento al servizio della persona.

Prima viene la persona, poi lo strumento.

Nel mio lavoro

Nel mio percorso professionale mi sono occupato anche di biofeedback e del rapporto tra aspetti psicologici e risposte fisiologiche.

Quando può essere utile, posso integrare il biofeedback all'interno del percorso psicoterapeutico, costruendo l'utilizzo dello strumento in funzione della persona e di ciò su cui stiamo lavorando.

Non esiste quindi un protocollo identico per tutti.

Si parte da ciò che sta vivendo la persona e si sceglie, insieme, quali strumenti possono essere realmente utili.

Approfondire il biofeedback

Questo è solo un primo punto di partenza.

Nei prossimi articoli parleremo più nello specifico del rapporto tra biofeedback, ansia, stress e autoregolazione, entrando anche nel funzionamento di alcuni degli strumenti utilizzati.

Se vuoi capire se un percorso psicoterapeutico può essere utile per quello che stai vivendo, puoi contattarmi.

 
 
 

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